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lunedì 29 ottobre 2012

ALLARME TURISMO A LUCCA


Occorre iniziare a preoccuparsi della situazione del Turismo a Lucca e nella Valle del Serchio. La frettolosa chiusura delle APT da parte della Regione, senza aver delegato ad altri enti le competenze delle stesse, la situazione precaria delle Province, destinate alla chiusura nel 2013, l’insufficienza cronica di Toscana Promozione, per la quale si parla insistentemente di una prossima totale ristrutturazione ed uscita dal circuito regionale, coniugate con l’insufficienza strutturale dei piccoli Comuni e la scarsa attitudine di quelli più grandi ad ogni politica del Turismo, sta creando le premesse per una involuzione di tutto il settore, con pericoli di recessione reali. La mancanza di una qualsiasi politica coordinata della promozione turistica, di una efficiente rete di informazione ed accoglienza, di eventi che possano arricchire l’offerta in bassa stagione e soprattutto l’assenza di un ente riconosciuto che possa mettere ad un solo tavolo le diverse realtà pubbliche e private, su un aria vasta, che interessi almeno Lucca, la Piana e la Valle del Serchio, sta configurando un situazione di completo sbando per tutto il settore, che in questi ultimi 15 anni è divenuto uno dei cardini dell’economia lucchese e dell’occupazione. In un momento in cui l’industria ha oggettivi motivi di preoccupazione, disperdere le positive esperienze di questi anni, nel turismo per mancanza di idee, coordinamento e organizzazione è folle. Di qui l’esigenza che enti come  le Camere di Commercio, che in Toscana molto hanno già fatto nel settore, per investimenti e eventi, siano chiamate a prendere ancora maggiori responsabilità in termini di coordinamento e di gestione, recuperando le competenze delle defunte APT e gestendo in prima persona la trasformazione, in senso efficientistico di Toscana Promozione. Anche le categorie economiche devono fare la loro parte, rendendosi conto della situazione disastrosa della finanza degli enti pubblici, che non hanno più  risorse per il settore. Va gestita in positivo l’ornai improcrastinabile Tassa di Soggiorno, rinunciando ad arroccarsi su posizioni di intransigenza preconcetta, per portare a casa l’utilizzo esclusivo delle risorse raccolte per il solo settore del Turismo, prima che la tassa sia destinata invece a coprire i buchi dei Bilanci comunali.  

Francesco Colucci

venerdì 26 ottobre 2012

PIO, la storia del lavoro di un uomo che ha dato nome ad una località del Morianese.



Nel continuare a scrivere SPILUCCANDO, le esperienze e le storie vissute nella mia vita di appassionato e presuntuosamente esperto enogastronomo, che pubblicherò come libercolo, nel 2013, mi sono imbattuto nella interessante storia di un uomo che con la sua attività economica aperta al suo nome, PIO, ai primi del novecento, ha dato, col passare degli anni, nome, per uso comune, anche ad una località del Morianese, in quella splendida frazione fra collina e fiume che è S.Quirico di Moriano.
Subito dopo la grande Guerra 15-18, Pio Vincenzo Massagli, con l'aiuto della moglie Lina Bevilacqua, aprì bottega in un vecchio fabbricato posto all'incrocio fra la via del Morianese, che dall'Indicatore del Giannotti porta a Ponte a Moriano in riva destra del Serchio e la stretta via della Chiesa, che porta alle poche vecchie case dell'antico San Quirico abbarbicate intorno alla Chiesa di San Quirico e Giulitta.
Sul Sito dell'Arcivescovato in relazione alla Chiesa e la Frazione di San Quirico di Moriano si legge:
Le Origini del paese sono molto antiche, esiste una pergamena dell'803 ed altre dello stesso secolo che nominavano la località Aniciano o Nicciano e la Chiesa di SS.Quirico e Giulitta.
La Chiesa è parrocchia dal 1736, quella attuale restaurata nel 1938/39 è stata consacrata il 13 maggio 1939 ed è orientata con la facciata neoclassica verso est sulla quale c'è scritto "Divo Quirico dicatum". L'interno a Croce latina è abbellito da un dipinto su tavola del sec.XV raffigurante la Madonna con Bambino tra Santi, un organo di fine ottocento e un gruppo ligneo della Madonna del Soccorso.

S.Quirico è una delle frazioni storiche e più vive del Morianese, che ancora oggi ha mantenuto la sua vocazione di borgata agricola, lungo i dolci pendii delle colline e nella golena del Serchio. La popolazione ha continuato a mantenere le vecchie tradizioni contadine, continuando ad occuparsi di orti, vigne, oliveti e alberi da frutto, grazie alle condizioni climatiche favorevoli del luogo che ne hanno favorito nei secoli le coltivazioni.
S. Quirico e tutto il Morianese sono una realtà viva e partecipata dai suoi abitanti grazie anche ad un dinamico Comitato Paesano, che si è preso cura del territorio e che edita un grazioso e efficace Blog: MURRIUS. Devo al suo Presidente l'aver trovato la famiglia Massagli il cui avo dette vita a PIO.
Le dolci colline del Morianese sono uno dei territorio preferiti da Olandesi ed Inglesi, ma anche di altri ex turisti che incantati dai luoghi, hanno ristrutturato Ville e Casali per farne la loro residenza.
Torniamo a noi, anzi a PIO, quel Pio Vincenzo Massagli, che dopo la fine della grande guerra, apre sulla via del Morianese all'incrocio con via della Chiesa,una bottega di generi vari, quelle botteghe di paese di una volta, dove si poteva trovare tutto quello che poteva servire ad una comunità contadina di allora: Generi Alimentari, Pane, Pasta, Insaccati, Carne di Maiale, Sale e Tabacchi, Bar, ma anche Mercerie, calzini e mutande, carta, penna e inchiostro.... insomma di tutto e di più.
 Non poteva mancare un piccolo macello, dove ogni giovedì della stagione invernale, si macellava e insaccava il Maiale e un grande ombroso pergolato dove le sere di estate, si poteva fare il "ciancino" o bere un gotto di vino. Si mangiava pane salame e fichi o tonno, fagioli e cipolle, per bere un Vino delle vicine vigne o un "Coretto" al Rum 70. Nella stagione invernale due stanze al primo piano sostituivano la pergola ed il calduccio era dato da grandi camini. Ho ricordi anch'io di questo pergolato dove sono stato ragazzo a 17 anni, in lambretta con la mia morosa, a farmi un panino e una gazzosa, prima di andare a sflanellare sotto un fico, sulla collina.
Un posto così importante per la piccola comunità ai piedi della Chiesa, ha finito per essere il punto di ritrovo e di spesa per intere generazioni di Morianesi......dove vai?? vado a fare la spesa da PIO, ....dove ci troviamo più tardi? da Pio, che devo prendere da fumare o meglio tabacco da masticare, come facevano i nostri nonni....quante le sere trascorse sotto la pergola, a contare storie di paese, di caccia, di pesca.
Quel "da Pio", nel passare degli anni è divenuto il nome di quel luogo dove viveva e lavorava la piccola comunità ai margini della golena del fiume, della parrocchia di San Quirico.
Alla morte di Pio Massagli nel 1934, continuano a gestire la bottega i figli e poi i nipoti. Uno dei figli, apre bottega anche a Lucca, in via del Battistero, per commercializzare in città quei prodotti del maiale che si continuerà a macellare ed insaccare, da Pio a San Quirico.
Negli anni settanta, la famiglia Massagli, assottigliata nel numero e decide di vendere e sono i Pucci a prendere le redini di tutte questa attività, che anni dopo saranno trasferite in un moderno fabbricato, davanti al vecchio Pio. Trattoria, Alimentari, Bar, Macello, Vino, Olio, tutto come prima fino ai giorni nostri......e la storia continua.....ma questa è un'altra storia....che racconterò fra qualche mese.....
Il certo è che quando vuoi indicare il posto dove dalla via del Morianese  puoi prendere la strada per la Chiesa e per la Maulina, devi dire "quando sei a Pio, gira a sinistra e sali".
Un ringraziamento alla nipote di Pio Massagli, che mi ha gentilmente accolto in casa sua, insieme alla anziana mamma per ricordare questi avvenimenti, mostrandomi anche vecchie meravigliose sbiadite foto della vecchia bottega, che mi dolgo di non poter pubblicare.


giovedì 11 ottobre 2012

I TRIPPAI FIORENTINI


La trippa è un piatto povero universale, con grandi tradizioni in Toscana ma se cucinata in vari modi viene servita in un panino, è una tradizione tipicamente fiorentina

Si va dal Lampredotto, scuro e forte, bollito, eccezionale anche con il riso, alla bianca spugna e croce, alla guancia, alla matrice (la vulva della vacca) alla poppa.
Nei vari contenitori, spesso pentole giganti, che quando vengono aperti, in inverso sprigionano nuvole di odori di mille anni fa, puoi trovare a secondo del baracchino dove ti sei fermato, il più famoso è il panino con il lampredotto dove il pane è bagnato con il brodo di cottura del lampredotto e poi riempito,

ma la trippa viene cucinata in cento maniere, con sughi diversi e saporosi, il lampredotto in zimino, il bollito misto di guancia, le polpette di trippa, in stagione trippa con i funghi e in estate, fredda in insalata con aglio e prezzemolo.
Famosi anche i crostini di poppa, preparati in varie maniere, con le poppe della vacca.

 Ogni trippaio ha i suoi segreti di cottura e di abbinamento, ogni trippaio ha i suoi fans, clienti abituali che non si spostano da trentanni.
I miei consigli sono per Mario Albergucci  a Porta Romana per le insuperabili insalate di trippa, a Leonardo Torrini in Piazzetta del Bandino, per le penne al lampredotto e la Trippaia davanti al Mercato Centrale con un lampredotto co’ fagioli bianchi “zolfini”.
Ma anche gli altri trippai, non ho potuto provarli tutti, perché sono tanti, hanno capacità e piatti meravigliosi per chi piace il genere.
In passato, ogni anno, i trippai riuniti organizzavano un cena portando ognuno i suoi piatti forti, non so se la fanno sempre, io ci sono stato una volta, tanti anni fa ed è stato uno spettacolo, 14 portate, tutte a base di trippa e frattaglie, cucinate in maniera diversa, ognuna con la sua storia.
Una degustazione unica nel suo genere, che spero esista sempre.

 

 



martedì 2 ottobre 2012

LIVORNO, Da Gagarin, Antica Torteria del Mercato

Se, girando per le strade di Livorno, vi imbattete in un locale con la scritta "Pizza e Torta", fermatevi, entrate e provate ad assaggiare la famosa torta di ceci: non solo gusterete una vera prelibatezza, ma assaggerete anche un po' di livornesità, aprendo così una piccola finestra attraverso la quale dare una sbirciatina a questa città, la cui essenza si ritrova proprio nelle cose più semplici e genuine come, appunto, la torta di ceci.
Per partecipare al matrimonio più perfetto che ci sia, gustatela sorseggiando un bicchiere di spuma, rigorosamente "bionda", bevanda della tradizione livornese, rimasta tuttora molto in voga in città.
Nel caso, poi, abbiate voglia di continuare a camminare per la città in compagnia della scoperta appena fatta, fatevi dare il classico "cinque e cinque" (il cui nome deriva dal periodo in cui venivano acquistati 5 centesimi di torta e cinque di pane) cioè la torta servita in una focaccina o meglio nel pane francese da gustare cammin facendo.
Ecco infine la ricetta per coloro che si volessero cimentare a casa propria
Stemperare una parte di farina di ceci e 3 parti d'acqua in una terrina, aggiungere il sale e mescolare energicamente per sciogliere i grumi di farina. Lasciare riposare la miscela per un paio d'ore, mescolando di tanto in tanto per evitare la decantazione della farina. Ungere una teglia in rame stagnato con un velo d'olio e, dopo aver aggiunto mezzo bicchiere d'olio, versare la miscela partendo dal centro della teglia fino a uno spessore di circa 5 mm. Mettere in forno e cuocere fino a che non si sarà formata una crosticina dorata; infine spolverarla con il pepe.
Molti sono i locali a Livorno dove il cinque e cinque è realizzato a regola d’arte, quello che preferisco è Gagarin, l’antica torteria del Mercato, a pochi passi dal bellissimo Mercato coperto, sul fosso che attraversa Livorno.
Gagarin è il soprannome del proprietario, dato tanti anni fa per la sua somiglianza con l’austronauta Russo, in una città sempre alla moda per i soprannomi e per gli sfottò.
Il locale è piccolo, spesso c’è ressa per far un cinque e cinque o per portare a casa un cartoccio di Torta….a mio parere una delle più buone del Mondo.


Vengo qua, da tanti anni, quando vado a fare la spesa al Mercato sui fossi, un Mercato antico e affascinante con i vecchi banchi di marmo del pesce, ricchi di pescato a buon prezzo, quelli della verdura e frutta, con i banchi dei contadini che vengono dalla campagna e dalle colline vicine, quelli imponenti della carne, del pollame, del pane allineati a schiera sotto il l’ampio tetto di metallo e vetro.


Un modo più umano, più vero,  meno tecno di fare la spesa…poi un salto davanti, da Gagarin, per un cinque e cinque, un bicchiere di bionda spuma e poi indietro di nuovo nel Mercato per un “Ponce” alla livornese, 50 e 50, caffè e rum, una scorza di limone e lo zucchero sul fondo del “gottino” da non girare.

Una esperienza da provare….poi al mare…a vedere le chiappe…chiare…anzi monumentali….come debbono essere quelle delle livornesi veraci….floride e ampie, perché questo è il tipo di donna più amato dagli indigeni…..